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Profumo di crema solare e perversioni regress


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
07.07.2026    |    497    |    0 5.0
"In quel momento, Angelo non pensò più a sua moglie, alla casa, a nient'altro che alla donna che aveva tra le braccia..."
Angelo è solo in casa, la moglie via con le
amiche, e non riesce a togliersi dalla testa
Gis, la cognata che ha desiderato per mesi.
Il silenzio della villa è spezzato dal
campanello: quando apre la porta, la trova
sulla soglia, e la sua confessione cruda e
senza vergogna manda in frantumi ogni
sua…
Angelo era solo in casa. Il silenzio era una coperta pesante, rotta solo dal ronzio quasi impercettibile del
frigorifero e dal ticchettio dell'orologio a pendolo nel corridoio. Sua moglie era via, una gita con le amiche, e lui
aveva approfittato della quiete per leggere il giornale. Ma le parole sulla pagina sfuocavano, riformandosi in
un'immagine persistente: Gis. Gis, sua cognata. A cinquant'anni, non era più una ragazza, ma era tutto tranne
che sciupata. Era una donna piena, matura, con un corpo che la vita non aveva ancora osato sfiorare con la
crudeltà con cui trattava altri. Angelo pensava a lei spesso, troppo spesso. Ricordava una grigliata dell'estate
precedente, il caldo appiccicoso che le faceva aderire l'abito estivo ai fianchi, disegnando le curve dei suoi fianchi
larghi e del suo culo sodo. Ricordava il profumo della sua pelle, un misto di crema solare e del suo odore
personale, qualcosa di floreale e di selvatico allo stesso tempo. Solo a pensarci, sentiva un tiramento basso nello
stomaco, un calore che si diffondeva nell'inguine. Era una bella figa, lo ammetteva senza remore. Una di quelle
donne che camminavano per la stanza e attiravano su di sé tutti gli sguardi, non per vanità, ma per una pura,
innegabile carica magnetica.
Il suono improvviso del campanello lo fece sobbalzare sulla poltrona. Non si aspettava nessuno. Si rialzò,
aggiustandosi i pantaloni con un gesto quasi inconscio, e camminò verso la porta, il cuore che batteva un ritmo
un po' più accelerato del solito. Aprì la porta e il fiato gli si mozzò in gola. Era lei. Gis. Indossava una camicetta di
seta bianca, trasparente abbastanza da lasciare intravedere il ricamo del reggiseno nero sottostante, e una
gonna nera aderente che le saliva a metà coscia, evidenziando un paio di gambe che avrebbero fatto impazzire
un uomo vent'anni più giovane. I suoi capelli scuri erano raccolti in una coda di cavallo morbida, lasciando
scoperta la nuca e le orecchie da cui pendevano dei piccoli orecchini d'oro. I suoi occhi, scuri e penetranti, lo
fissarono senza esitazione.
"Angelo," disse, la sua voce un timbro basso e familiare. "Spero di non disturbarti."

Lui si schiarì la gola, facendo un passo indietro per farla entrare. "No, no, affatto. Entra pure. Mia moglie non c'è,
è uscita."
"Lo so," rispose lei, varcando la soglia. Il suo profumo la avvolse, più intimo e carico di come lo ricordava. Non si
diresse verso il salotto, ma rimase nell'ingresso, i suoi occhi che percorrevano la casa con un'aria di valutazione.
"Volevo parlarti un po'."
"Certo. Un caffè? Un bicchiere d'acqua?" offrì lui, sentendosi goffo e a disagio, come un adolescente alle prese
con il suo primo infatuazione.
Gis scosse la testa, un piccolo sorriso che non raggiunse i suoi occhi. "No, grazie. Non sono venuta per bere."
Fece un passo verso di lui, chiudendo la distanza che li separava. Angelo poteva vedere il dettaglio del suo
rossetto rosso scuro, la linea perfetta delle sue labbra. Poteva sentire il calore che emanava dal suo corpo. L'aria
nell'ingresso si era fatta densa, carica di elettricità. La sua mente correva, cercando di capire, ma una parte di lui,
la parte più istintiva, già sapeva. Sapeva da quel sguardo, da quel modo di stare in piedi, dalle sue mani che non
sapevano dove posarsi.
"Allora?" chiese lui, la voce più roca del previsto. "Di cosa vorresti parlare?"
Lei non rispose subito. Invece, il suo sguardo scese, lentamente, dal suo viso al suo petto, ulteriormente giù,
soffermandosi per un istante inequivocabile sui suoi pantaloni. Poi risalì, a inchiodarlo di nuovo con i suoi occhi
neri. Il sorriso questa volta si fece più ampio, più sicuro. Era il sorriso di una predatrice che sa di avere la preda
già pizzicata.
"Angelo," disse di nuovo, e questa volta il suo nome era un sussurro, una promessa. "Te lo dico senza giri di
parole. Vengo qui perché ho una voglia matta di cazzo."
Le parole lo colpirono come un pugno nello stomaco. Non c'era vergogna in lei, non c'era imbarazzo. C'era solo
una dichiarazione di intenti, cruda e diretta. Angelo sentì il sangue defluire dal viso per poi riversarsi tutto d'un
colpo nel suo cazzo, che si indurì in un batter d'occhio, diventando un rigido promemoria contro la stoffa dei
pantaloni. La sua compositura, la maschera del cognato responsabile e tranquillo, si frantumò in mille pezzi. Non
disse nulla. Cosa poteva dire? Le sue mani si strinsero a pugni ai fianchi. I suoi occhi la fissarono, disperati e
affamati allo stesso tempo.
Gis vide la sua reazione, il suo desiderio palese. Allungò una mano e posò le dita sul suo petto, proprio sopra il
cuore. Angelo sentì il calore della sua pelle attraverso la camicia. "E vedo che non sono l'unica," aggiunse, la voce
un filo di velluto.
Quello fu il punto di rottura. Non c'era più niente da dire. Angelo afferrò il suo viso tra le sue mani e la baciò.
Non fu un bacio tenero. Fu un bacio violento, famelico, un morso di puro desiderio represso per anni. Le loro
lingue si scontrarono, i denti si urtarono. Gis rispose con la stessa intensità, le sue mani che gli arruffavano i
capelli, tirandolo più vicino. La spinse contro la porta, che sbatté con un tonfo sordo. Il suo corpo si pressò
contro il suo, morbido e forte allo stesso tempo. Le sue mani scivolarono lungo i suoi fianchi, afferrando il suo
culo sodo e stringendolo. Lei gemette nella sua bocca, un suono basso e animalesco. In quel momento, Angelo
non pensò più a sua moglie, alla casa, a nient'altro che alla donna che aveva tra le braccia. Non pensò alle
conseguenze. Pensò solo a quanto la voleva, a come aveva sognato questo momento. E mentre le sue mani

trovavano la chiusura della sua gonna, un pensiero unico e dominante attraversò la sua mente, chiaro e
perentorio. Il resto lo avrebbe lasciato all'immaginazione di chiunque avesse potuto vederli, ma lui sapeva, in
quel istante, che l'avrebbe spaccata in due. Lì, su quel pavimento, senza pietà e senza rimorsi.
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